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Roland Yuno Rech - scritti
       
         
 
Dalla sofferenza al risveglio

Essere impegnati nella pratica dello zen non significa meditare koan incomprensibili, ma confrontarci con le cause delle nostre sofferenze, risvegliandoci dalle illusioni.

Buddha affermava che la nascita è sofferenza. Questo concetto a volte ci sconvolge, noi che, dimentichi di essere nati in un mondo limitato, festeggiamo gli anniversari.

Tuttavia, la nascita è la causa della morte. Se ci è preclusa la scelta di non nascere, possiamo in ogni caso chiederci che cosa è nato, che i nostri genitori hanno dichiarato con fierezza allo stato civile. Realizziamo la dimensione senza nascita e senza morte della nostra esistenza comprendendo che non nasce un io separato, ma che tutto quanto ci costituisce appartiene all'universo intero.

La nascita determina spesso un trauma proprio perché è la prima separazione, che ci porta sul cammino in cui dobbiamo procedere soli. Quando pratichiamo zazen in un dojo, siamo soli di fronte al muro e al carattere inafferrabile dei nostri oggetti di attaccamento, ma siamo anche insieme, condividendo con gli altri la stessa esperienza della dimensione della nostra esistenza comune a tutti gli esseri. L'impermanenza è il fattore che ci unisce gli uni agli altri: la vita è interdipendenza, senza sostanza fissa, realizzazione del sé illimitato. Troviamo in essa la sorgente della compassione per tutti gli esseri e il fondamento di un'etica della solidarietà.

La malattia è la seconda causa di sofferenza indicata dal Buddha. Anche se zazen ci mostra il ritorno a un tipo di vita migliore, il significato profondo dalla Via che insegna non consiste nel renderci invulnerabili dalle malattie, ma piuttosto di viverle meglio. Apprendiamo a limitarne gli inconvenienti: anche se la malattia è presente, non c'è totale identificazione, non ci lasciamo invadere da essa. Proprio come un dolore al ginocchio, che rimane un fenomeno locale. Lo spirito vasto consente di accettarlo e di andare al di là. La concentrazione sull'espirazione permette di ridurre l'intensità del dolore. In ogni caso, è proprio la possibilità di diventare malati che ci incita a non sciupare questo tempo prezioso nel quale la nostra salute ci consente di praticare zazen in buone condizioni.

La vecchiaia è un'altra manifestazione dell'impermanenza. La tradizione zen, a differenza della nostra società incentrata sulla produttività, valorizza l'esperienza e la saggezza degli anziani, che insegnano ai più giovani e sono da loro rispettati.

La morte non sopraggiunge solo alla fine della vita: nascita e morte si succedono di istante in istante nella costante trasformazione dei fenomeni, senza inizio né fine. Quest'impermanenza è l'elemento che consente la trasformazione delle illusioni in risveglio. La sua stessa accettazione è già risveglio, distacco, che include l'accettazione dell'attaccamento, come testimonia l'ultimo poema del Maestro Dogen:

Pensavo di vederla,
l'autunno prossimo,
la luna.
Ma questa sera,
perché mi impedisce di dormire?


Estratto da “Il risveglio al quotidiano” ed. LE LETTERE


 

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