Home zazen il dojo insegnamento news links calendario

zen savona  
 
Roland Yuno Rech - scritti
   
 
 
         
 
La relazione Maestro discepolo nel Buddismo Zen

Il Buddha Shakyamuni aveva avuto nelle sue vite anteriori, in quanto bodhisattva, differenti maestri. Tuttavia, quando decise di ricercare il risveglio supremo, praticò la meditazione sotto la direzione di due diversi maestri. Con Alara Kalama praticò la meditazione che conduce a trascendere tutti gli oggetti dei sensi e a dimorare nella sfera del nulla. Ma malgrado la calma interiore realizzata, non aveva raggiunto il risveglio stabile che pone fine alla sofferenza.

Si recò allora presso un altro maestro, Uddaka, che insegnava una meditazione basata tanto sullo stato di assenza di conoscenza quanto di non conoscenza. Ma non era ancora l'autentico risveglio che cercava Shakyamuni. Nonostante questi maestri avessero voluto fare di lui il loro successore, rifiutò, non accontentandosi di una realizzazione incompleta. Shakyamuni era animato da ciò che si chiama bodaïshin, il voto di realizzare il risveglio supremo che aiuta realmente tutti gli esseri a liberarsi dalle sofferenze della vita e della morte. I maestri coi quali aveva praticato poterono accompagnarlo sulla Via, ed egli più tardi incluse taluni aspetti delle loro pratiche nel suo insegnamento, ma non volle accontentarsi solo di essi.

Dopo un periodo di ascesi e di mortificazione, Shakyamuni realizzò finalmente il risveglio supremo, solo, in zazen, sotto l'albero della Bodhi.

Questo vuol dire che un maestro può accompagnarci sino a un certo punto, ma che non può realizzare il risveglio al nostro posto. E' zazen che realizza e fa realizzare il risveglio. Dopo il suo risveglio, Shakyamuni dichiarò di aver semplicemente riscoperto una via antica percorsa da tutti i Buddha di un tempo e di non averla dunque creata da solo: la ragione per la quale l'ha riscoperta da solo è determinata dal fatto che tutti gli uomini ne avevano perso la traccia.

Grazie agli sforzi dell'insegnamento del Buddha Shakyamuni abbiamo ora il Dharma per guidarci e la successione dei maestri che hanno ricevuto la trasmissione di questo insegnamento, da persona a persona. Questi maestri della trasmissione sono i veicoli del Dharma e non autorità investite di un potere particolare. A questo proposito, Shakyamuni Buddha si è sempre rifiutato di esercitare qualunque forma di dominio o di potere sui suoi discepoli e noi dovremmo meditare circa questi ultimi insegnamenti, tratti dal Maha Parinibbana Sutra :


 
Il Venerabile disse : «Che cosa attendi ancora da me, o Ananda, per la comunità dei bhikkhu? Ho insegnato la Dottrina senza fare alcuna distinzione tra l'esoterico e l'essoterico. Negli insegnamenti del Tathagata, o Ananda, non vi è nulla di simile al pugno chiuso del maestro. Se qualcuno pensa di dirigere la comunità dei bhikkhu, o se ritiene che la comunità dei bhikkhu dipenda da lui, allora è lui che deve dare qualche istruzione alla comunità. Tuttavia, o Ananda, presso il Tathagata non alberga questa idea “dirigo la comunità dei bhikkhu” o quella di “la comunità dei bhikkhu dipende da me”. Per quale ragione allora, o Ananda, il Tathagata gli darebbe qualche istruzione ? Io, o Ananda sono affaticato, vecchio e carico d'anni. Sono giunto alla fine dei miei giorni. Ho ormai ottant'anni. Proprio come, o Ananda, un vecchio carro può continuare a servire solo con gran rinforzo di corregge, percepisco che il corpo del Tathagata può camminare solo con l'aiuto di cure. E' solo quando il Tathagata, senza attenzione ad alcuna immagine mentale, permane nella “concentrazione mentale sprovvista di qualunque segno indicativo”, nella quale ogni sensazione ha cessato di esistere, che il corpo del Tathagata è a suo agio. Dimorate dunque, o Ananda, facendo di voi stessi la vostra isola, dimorate facendo di voi il vostro rifugio, ma di nessun altro. Dimorate facendo della Dottrina la vostra isola, facendo della dottrina il vostro rifugio, di null'altro. Come, o Ananda, un bhikkhu può essere la propria isola? Come può dimorare facendo di se stesso il proprio rifugio, e di nessun altro? Come può dimorare facendo della Dottrina il proprio rifugio, e di nessun altro? Per ciò che riguarda questo punto, o Ananda, il bhikkhu permane osservando le sensazioni secondo il funzionamento delle sensazioni. Questa introspezione è presente a lui unicamente per la conoscenza, unicamente per la riflessione, ed egli dimora nel mondo attento, disciplinato, senza brama, senza avversione. Così il bhikkhu dimora osservando il pensiero secondo il funzionamento del pensiero. Questa introspezione è presente in lui, unicamente per la conoscenza, unicamente per la riflessione, ed egli dimora nel mondo attento, disciplinato, senza brama, senza avversione. Allo stesso modo il bhikkhu dimora osservando gli oggetti mentali secondo il funzionamento degli oggetti mentali. Questa introspezione è presente in lui, unicamente per la conoscenza, unicamente per la riflessione, ed egli dimora nel mondo, attento, disciplinato, senza brama, senza avversione. E' in questo modo, o Ananda, che un bhikkhu può dimorare facendo di se stesso la propria isola, il proprio rifugio, ma di nessun altro. E' così che può dimorare facendo della dottrina il proprio rifugio, ma di nessun altro. O Ananda, coloro che dimoreranno facendo di se stessi la propria isola, facendo di se stessi il proprio rifugio, ma di nessun altro, a partire da ora, e anche quando non ci sarò più, questi bhikkhu ben disciplinati saranno i migliori.»


 
Note di Wijayatria : alcuni autori hanno tradotto questo enunciato : atta dipa viharatha con “siate la vostra lampada” o con “dimorate considerando il vostro Sé come lampada”. Queste sono traduzioni completamente false. Come è stato mostrato da Walpola Rahula, il termine dipa non significa “lampada” né “luce”, ma designa “isola” (cf. "L'Enseignement du Bouddha", Paris, 1996, pp. 86-87). Inoltre, nel contesto dottrinale del MPS, l'esortazione “dimorate facendo di voi stessi la vostra isola e il vostro rifugio (arra-dipa viharatha attasarana) è sinonimo di : “dimorate facendo della Dottrina la vostra isola, il vostro rifugio (dhamma-dipa viharatha, dhmmasarana). Dimorare facendo di se stessi la propria isola e il proprio rifugio, e dimorare facendo della Dottrina il proprio rifugio, non è altro che praticare i quattro vasi dell'attenzione – zazen per noi (nota di Roland Rech). Allo stesso modo nel Kalama Sutta :

«Non lasciatevi guidare da rapporti, né dalla tradizione religiosa, né da ciò che avete sentito dire (…) né dal pensiero che questo religioso è il nostro maestro spirituale. Tuttavia, quando sentite che certe cose sono sfavorevoli (…) e che conducono al male e alla disgrazia, abbandonatele.»


 
Tutto ciò mostra chiaramente che nella tradizione buddista della quale lo zen fa parte la relazione maestro-discepolo non è fondata sulla sottomissione del discepolo all'autorità del maestro. Il ruolo del maestro è di guidare il discepolo sulla via della liberazione e di certificare il suo risveglio per consentire che la sua trasmissione continui nel modo giusto, fondata cioè su una esperienza reale e non su conoscenze intellettuali o credenze dogmatiche. La scuola zen fa risalire l'origine della sua trasmissione alla relazione I shin den shin, dal mio spirito al tuo spirito, tra Buddha e Mahakashyapa sul picco dell'avvoltoio. Buddha aveva smesso di predicare. Prese un fiore e lo fece ruotare tra le sue dita. Tutti gli ascoltatori erano sconcertati, tranne Mahakashyapa che sorrise. Buddha disse allora : "Possiedo l'occhio del tesoro della vera legge, lo spirito sereno del Nirvana e lo trasmetto a Mahakashyapa". Questo avvenimento fa parte della trasmissione orale della scuola zen. Il fatto che non sia riferito nei sutra delle altre scuole non prova che non abbia avuto luogo. I sutra conservati sino ai giorni nostri riferiscono solo una parte dell'immensa opera dell'insegnamento del Buddha, che ebbe luogo nel corso di quarantacinque anni. La cosa che conta è realizzarne il significato. Il Maestro Dogen ci aiuta a realizzarlo attraverso i suoi commenti nello Shobogenzo Udonge, nel quale vede l'unione nell'esperienza comune di una perfetta attenzione alla realtà così com'è, Immo, che rappresenta il cuore della pratica, shikantaza. In ogni caso tutte le scuole riconoscono che è stato Mahakashyapa ad assumere la direzione del sangha dopo la morte del Buddha, presiedendo il primo concilio. Il Buddha aveva mostrato la sua fiducia facendogli condividere il suo seggio durante i suoi sermoni. In seguito la scuola zen Rinzaï proclamò che lo zen era una trasmissione speciale da spirito a spirito, al di fuori dei sutra, che non si basava né sulle lettere né sulle parole. Ma Houein Neng, il sesto patriarca, aveva già criticato questo punto di vista dicendo : "Coloro che si attaccano al vuoto denigrano le scritture dicendo che non sono altro che parole e lettere. Ma chiunque affermi ciò si contraddice con i suoi stessi discorsi perché si tratta in ogni caso di una forma di lettere e parole”. Per ciò che riguarda la nostra tradizione Soto essa ritiene con Dogen che i sutra sono l'espressione dello spirito risvegliato del Buddha e che non sono separati da quello spirito. Ma per capirlo abbiamo bisogno della chiarificazione della pratica sotto la direzione di un vero maestro. Si è spesso paragonato il Dharma espresso con la parola e praticato con il corpo a un rimedio contro le illusioni e le sofferenze. Come per ogni rimedio potente, occorre un buon medico per prescriverlo. E' il ruolo del Buddha e dei maestri che congiungono fra loro i discepoli al Buddha grazie alla catena della trasmissione e grazie alla propria realizzazione del risveglio. Tutto ciò non deve però far dimenticare ciò che diceva uno dei più eminenti maestri di questa trasmissione, Houein-Neng (Eno in giapponese):E' negativo insistere sull'idea che senza il consiglio di uomini pietosi o eruditi non possiamo raggiungere la liberazione. Perché? Perché è attraverso la nostra saggezza innata che possiamo illuminarci”. A un ragazzo che gli aveva domandato se aveva lui stesso realizzato la propria natura rispose: «Anche se la conosco, ciò non ti impedisce di essere nell'illusione. Allo stesso modo se conosci la tua natura, , la tua conoscenza non mi è di alcuna utilità. Invece di porre domande ad altri, perché non scoprirlo da te? Dal momento in cui si sente parlare della propria natura, si dovrebbe realizzarla.»


 
Esistono diversi tipi di incontri con il Maestro. Nella scuola Soto, il più importante è quello detto sanzen, praticare zazen insieme nel dojo, anche attraverso gyoji, la pratica nella vita quotidiana del tempio. Ma c'è anche la partecipazione alle conferenze, ai kusen, alle domande-risposte in pubblico (mondo) o in privato (dokusan). Esiste anche l'incontro informale, spontaneo. Se il ruolo del maestro è soprattutto quello di guidare il discepolo nella sua pratica correggendo la postura, aiutandolo ad illuminare le proprie illusione, a liberarsi dei suoi attaccamenti, vi è talvolta anche l'intervento più rude, che tende a far cambiare il piano di coscienza. Molte ingiunzioni paradossali, delle quali la storia dello zen è ricca, appartengono a questa forma di trasmissione.
 
Ad esempio :

« Mostrami il tuo vero viso anteriore alla nascita dei tuoi genitori.» Oppure : « Esci, non dalla porta, non dalla finestra, ma esci!» O ancora : «Se comprendi, trenta colpi di bastone! Se non comprendi, trenta colpi di bastone!»


 
Questi koan aiutano ad abbandonare la presa in relazione al nostro funzionamento mentale ordinario e a sviluppare l'intuizione di una Via al di là delle categorie dualiste. Questa Via si realizza appieno nella coscienza hishiryo di zazen. Il ruolo essenziale del maestro è trasmettere questi tre pilastri dello zen, sottolineati dal Maestro Deshimaru: shikantaza, solo sedersi ; hishiryo, al di là del pensiero così come del non pensiero; mushotoku, senza attendere alcun merito.


 
Ciò che non è un maestro zen:


 - Un guru oggetto di devozione, dispensatore di meriti.

- Una autorità onnipotente alla quale si deve obbedienza. Ad esempio, quando Eka fece sanpaï davanti a Bodhidharma, esprimeva profondamente la comprensione dell'essenza del suo insegnamento in un movimento di abbandono della presa in rapporto a una nozione di ego o a qualcosa da ottenere, di un risveglio afferrabile ed esprimibile con le parole.

- Non è un maestro auto proclamato, ma certificato da un maestro della trasmissione.

- E' riconosciuto dal discepolo, ma non è il discepolo che fa il maestro.

- Non è né lo psicoterapeuta dei suoi discepoli, né il prelato di una nuova chiesa.

- Non si accontenta di insegnare. Trasmette la realizzazione dell'insegnamento
attraverso la propria pratica.

- Non può dare il risveglio. Realizzarlo dipende da ognuno. Non fa altro che mostrare il cammino, come scrive Dogen all'inizio del Bendowa :

«I Buddha hanno tutti un mezzo meraviglioso, eccellente, al di là di tutti i mezzi relativi, per trasmettere il Dharma (la verità) dall'uno all'altro senza alterazioni e realizzare il risveglio supremo e completo. Tutto ciò è trasmesso senza deviazioni da Buddha a Buddha grazie al samadhi di zazen (Jijuyu zanmai) che ne è la chiave.»


 
Ciò che è un maestro zen:


- Un vero discepolo, che ha realizzato profondamente il senso della pratica ed è stato autorizzato a trasmetterla da un maestro confermato.

- Una guida, un amico spirituale che mostra la Via e accompagna il discepolo sul suo cammino.

- Egli incarna ciò che insegna, in particolare la capacità di illuminare le proprie illusioni. Non essendo “perfetto”, consente ad ognuno di rischiarare le proprie ombre senza senso di colpa. Può rimettersi in discussione, essendo anch'esso in cammino.

- Evita ai suoi discepoli di bloccarsi nella impasse di una cattiva comprensione della pratica (le trappole sulla Via).

- Testimonia di una esistenza risvegliata possibile, qui ed ora, in armonia con la pratica che insegna.

 
La relazione maestro-discepolo è stata illustrata dal Maestro Dogen nello Shobogenzo Katto, e paragonata alla relazione tra un glicine e il suo sostegno. I viluppi del glicine sono spesso sinonimi delle illusioni, della mente dualista, delle complicazioni dello spirito non risvegliato. Katto rappresenta l'illusione che occorre recidere. E' necessario però considerare che sono proprio queste illusioni che ci spingono a praticare la Via e che nella Via non ci sono illusioni da eliminare, poiché esse sono viste nella loro vera natura, in quanto vacuità. E' solo attraverso il confronto con il mondo delle illusioni che la relazione maestro-discepolo si allaccia, facendo apparire un'intima comunione e realizzando la Via. Si dice che quando il discepolo è pronto, il maestro arriva. Essere pronti significa ricercare veramente la Via con tutto il proprio essere, come la cosa più importante della propria vita. In questo percorso, alcuni credono di poter seguire solo quello che definiscono il loro maestro interiore, utilizzando propositi come quelli di Eno per giustificare questo atteggiamento. In questo caso il pericolo consiste nel seguire il proprio ego illusorio prendendo lucciole per lanterne. Invece, dopo aver seguito a lungo un vero maestro, il suo insegnamento si interiorizza e possiamo proseguire il dialogo con lui anche in sua assenza. Siamo pronti a diventare discepoli quando ci rendiamo conto dei nostri limiti. Riconoscerli umilmente è già un primo passo verso il risveglio che ci spinge a desiderare di essere guidati da un essere già avanti sul cammino. Ma esso finirà sempre per rimandarci a noi stessi, a riconoscere la nostra natura di Buddha e ad attualizzarla, smettendo di elemosinare la verità presso gli altri, così come viene espresso magnificamente nella parabola del figlio dell'uomo ricco nel Sutra del loto.
 


 

Ritorna a
->Insegnamento
 
 
 
 
Statistiche gratis            
             

Zen Savona - tel: 019/484956 - e-mail: info@zensavona.it
AZI associazione zen internazionale (fondatore M° Taisen Deshimaru)  - ABZE associazione buddhista zen europea (sangha del M° Roland Yuno Rech)