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Taisen Deshimaru Roshi - scritti
       
         
 
Il Seggio di Diamante


«Nel mio verde eremo
seduto o in piedi,
l'unica preghiera:
Prima di me,
lasciar passare tutti gli esseri.
»

 

Lo Zen si sposta dall'India alla Cina, al Giappone, poi giunge in Occidente.

Nella prima metà del VI secolo dell'era cristiana il Buddhismo giunge in Giappone. Più di mille anni sono trascorsi dalla nascita di questa grande religione, già in espansione,dopo l'India, nell'Asia del sud-est, nell'Asia orientale, in particolare in Cina e Corea. Il Buddhismo, che il Giappone scoprì dopo una propagazione che avvenne nell'arco di cinque o sei secoli, nacque in India all'epoca del Buddha Shakyamuni più di 2500 anni addietro. A quei tempi lo yoga, inteso come pratica di concentrazione dello spirito, era largamente diffuso. Originariamente lo yoga mira alla realizzazione del risveglio. In realtà i metodi dello yoga si riducevano spesso a pratiche di digiuno, all'ascesi, a specifici esercizi di mortificazione che conducevano all'indifferenza per gli stimoli esterni e al controllo del più piccolo moto dello spirito.

Il Buddha Shakyamuni praticò questo tipo di yoga per dodici anni, da quando prese la decisione di fuggire i piaceri effimeri del mondo. Praticò intensamente, rese visita ai santoni, incontrò gli eruditi ai quattro angoli del paese, rimanendo insoddisfatto.

Abbandonò allora l'ascetismo e le mortificazioni e, in seguito a queste esperienze, si sedette serenamente sotto l'albero della Bodhi(1), incrociò le gambe nella posizione del loto, la colonna vertebrale eretta, il mento rientrato, e controllò la respirazione. Cominciò così la grande meditazione di zazen, che lo condusse al risveglio. Un mattino, vedendo risplendere una stella ad oriente, i veli si schiusero e una successione di stati di coscienza sempre più lucidi ed estesi gli rivelarono il quadro limitato ed illusorio della personalità. Nasceva una nuova percezione dell'esistenza, movimento incessante e perpetuo di trasformazione, che gli rivelava il segreto della sofferenza: la causa della sofferenza e la Via che conduce alla sua estinzione. Divenne il Risvegliato, scoprendo la propria natura autentica nell'universo. Ma non aveva desiderato la Conoscenza solo per la sua salvezza personale. Liberato, si volse verso gli esseri immersi nella sofferenza, accerchiati dall'oscurità, mostrando loro la Via.

Lo Zen è, fondamentalmente, la pratica trasmessa della postura del Buddha.

Dopo ventotto generazioni di discepoli del Buddha Shakyamuni, Bodhidharma introdusse lo Zen in Cina. A quei tempi la Cina era divisa in stati rivali, in preda al disordine, straziata da aspre lotte per il potere, sottomessa ai tiranni e insanguinata dalle ribellioni. La dinastia Liang regnò in uno di questi stati della Cina antica. L'imperatore Wu-ti, capo di questa dinastia, fervente buddista, sentì parlare di Bodhidharma e lo accolse nel suo palazzo.

Wu-ti gli chiese: «Qual è l'essenza del buddhismo?»

«Un vuoto insondabile e nulla di sacro. Un cielo immacolato nel quale verità e illusione non possono essere distinti. Null'altro che il mondo stesso», rispose.

Wu-ti non comprese il suo messaggio e Bodhidharma realizzò che non era ancora giunto il momento di diffondere lo Zen. Andò sull'altra riva dello Yang-tse, si ritirò nel tempio Shorin, sul monte Wu-tai, a est di Honan. Mantenne il silenzio e meditò di fronte al muro per nove anni.

Quest'atteggiamento confuse tutti coloro che lo vedevano a tal punto da chiamarlo "il bramino che contempla il muro".

Questa espressione fu spesso presa alla lettera, ma le venne anche attribuita un'interpretazione spirituale, nella quale la parola "muro" implicava l'esclusione dalla polvere del mondo o dalle distrazioni esterne.

Bodhidharma, primo patriarca dello Zen cinese, utilizzava la
via negativa per condurre i suoi discepoli al risveglio.

Eka (487-593) fu uno dei suoi discepoli.

Un giorno Bodhidharma era seduto in zazen faccia al muro. La neve cadeva sempre più fitta. Eka, ritto in mezzo alla neve, disse:

«Per piacere, vorrei divenire un vostro discepolo.»

Bodhidharma, imperturbabile, non lo degnò di uno sguardo e continuò a fare zazen. Eka si amputò il braccio per mostrare la sua determinazione. Rivolgendosi a Bodhidharma disse:

«Lo spirito di questo discepolo non è in pace, vi supplico, maestro, di placarlo!»

Bodhidharma rispose: «Portami il tuo spirito e lo pacificherò.»

«L'ho cercato ovunque, ma non ho potuto trovarlo, è inafferrabile », rispose Eka.

Al che il maestro disse: « E' perché si è già placato.»

Bodhidharma posò il suo sguardo su Eka e lo fissò. Eka fece sanpaï(2).

Bodhidharma non negava più dei maestri successivi l'esistenza dello spirito. Ma ciò che Eka si sforzava così disperatamente di trovare non era l'autentico spirito, ma solo il suo riflesso. Il vero spirito è sempre tranquillo. E' ku, e non potrebbe racchiudere in sé la minima agitazione.

Nel 536, sentendo che il giorno della sua morte si avvicinava, Bodhidharma chiamò presso di sé i suoi quattro discepoli, chiedendo loro di enunciare le intuizioni originali raggiunte.

Eka non parlò. Dopo essersi prosternato profondamente davanti al suo maestro, rimase al suo posto. Il maestro gli disse: « Hai ottenuto il midollo.» Eka divenne così il secondo patriarca dello Zen.

Da Bodhidharma sino al sesto patriarca Eno, la linea di successione fu pura, semplice e senza ostacoli, semplicemente da maestro a maestro. Ma già a partire dal quinto patriarca, il maestro Konin, si determinò una scissione. Con il proposito di mettere alla prova i suoi discepoli, il maestro Konin chiese loro di scrivere un poema. Jinshu, il più anziano, era ritenuto un profondo conoscitore dello Zen e scrisse un poema.

Eno, un giovane ridotto alla povertà e all'indigenza, guadagnava da vivere per sé e la madre vendendo legna al mercato. Non sapeva né leggere né scrivere.

Un giorno, consegnando della legna a un cliente, notò un uomo che recitava un sutra. Dall'istante in cui ascoltò le parole del Sutra del diamante, il suo spirito fu toccato e si risvegliò.

Decise di diventare monaco. Andò allora al tempio del maestro Konin, ma non poté ricevere l'ordinazione perché era solo un giovane discepolo, un principiante illetterato. Divenne aiuto cuoco.

Nel tempio del maestro Konin il poema scritto da Jinshu era considerato il migliore:

«Il nostro corpo è come l'albero della Bodhi,
Lo spirito, uno specchio prezioso.
Ogni giorno lo spolveriamo
Affinché la polvere non vi si posi.»

Praticando ogni giorno, si ottiene il satori. Passo dopo passo, questo era lo Zen graduale concepito da Jinshu.

Eno vide il poema e chiese a uno dei suoi amici di leggerlo.

«E' certo un grande poema! Jinshu diventerà sicuramente il successore del nostro maestro», disse l'amico, e lesse il poema a Eno.

« E' un errore, insorse Eno. Non è l'autentico Zen. Il nostro maestro non ha mai insegnato cose simili. Ho ascoltato le sue conferenze, e non ritrovo in questo poema l'essenza del suo insegnamento. Scrivi per me questo:

«Non esiste albero della Bodhi,
Né specchio prezioso.
Tutto è vacuità (ku)
Dove potrebbe dunque deporsi la polvere?»

Ecco lo Zen subitaneo. Zazen stesso è satori, qui ed ora.

______________________ 

(Tratto da Le trésor du zen, edizioni A. Michel, traduzione Maresa Di Noto)

(1) Risveglio, in sanscrito.

(2) San: tre; paï: prosternazioni, la fronte a terra, i palmi delle mani rivolti verso il cielo ai lati della testa.

 

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